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La performance (finanziaria) della sostenibilità è positiva, lo comunichiamo prima che diventi obbligatoria?
29/10/2020
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di Claudio Dall’Agata

Nel gennaio di quest’anno, certamente una vita fa, Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, la più grande società di investimento al mondo con un patrimonio gestito di quasi 8.000 miliardi di dollari, quasi 3,5 volte il Pil italiano, promise battaglia alle aziende che non avrebbero virato verso produzioni sostenibili. La sua sentenza era che “ogni governo, azienda e azionista deve fronteggiare il cambiamento climatico" e che, tutto questo ancora in una fase pre covid, in "un futuro vicino prima di quanto anticipato da molti, avrà luogo una significativa riallocazione del capitale". Da qui la scelta di BlackRock di rendere la sostenibilità il suo standard per gli investimenti.Per la fine dell’anno BlackRock promette che il 100% dei 5.600 portafogli attivi saranno completamente integrati con criteri ESG, mentre alla fine di aprile tale dato era al 70%. E così BlackRock ha abbandonato tutti gli investimenti attivi (azioni e debito) in società che traggono oltre il 25% dei propri ricavi dal carbone termico e si sono espanse tutte le strategie attive sostenibili. BlackRock ha creato un team dedicato, il BlackRock Sustainable Investing (BSI), che fornisce le linee guida e le best practices nell’ambito della sostenibilità, collaborando con oltre 1.500 aziende su tematiche Esg.

Il motivo, non poteva essere diversamente visti gli attori in causa, è strettamente finanziario. A marzo l’indice finanziario MSCI world specifico sui titoli SRI - Sustainable and responsible investment – performava meglio del generale di ben il 4% in più. Con questa premessa la sostenibilità diviene non solo un lusso che non sempre ci si può permettere, ma piuttosto uno strumento di differenziazione e miglioramento competitivo, reale, che se è proprio dei fondamentali scaraventa ad anni luce qualsiasi tentativo di superficiale green washing. Non stupiscono quindi i trend conseguenti e gli effetti che producono.

Mi piace chi la pensa come me” recita il claim di chiusura dell’ultimo spot istituzionale da 45 secondi di Melinda, dove la protagonista vera è la sostenibilità, il suo rispetto nella sua forma più autentica e la coerenza con cui viene garantita al consumatore. La mela brandizzata appare solo al 18 secondi e rimane sullo sfondo fino alla fine della clip.

In termini complessivi tutto questo si diffonde nel tessuto economico. L’ultimo report dell’Istat presentato lo scorso giugno sulla sostenibilità delle imprese evidenzia che nel triennio 2016-2018 il 12,4% delle imprese italiane ha acquisito certificazioni ambientali volontarie di prodotto o di processo. Questa percentuale è nettamente superiore nel caso di grandi imprese (57%), in taluni casi soggette a obblighi normativi, e in quelle di medie dimensioni (39,1%), piuttosto che nelle piccole (19,0%) o nelle microimprese (9,7%), le più numerose in termini assoluto. Non solo. Le imprese che dichiarano di aver redatto bilanci e/o rendicontazioni ambientali e di sostenibilità sono meno del 4%, ma la quota raggiunge il 30,8% tra le grandi imprese.

Nell’ottobre 2020, dopo 10 anni rispetto a Coop e 22 rispetto a Tetrapack, Esselunga presenta il primo bilancio di sostenibilità che contiene i 5 macro-pilastri su cui fondare la propria strategia green: i clienti, le persone, l’ambiente, i fornitori e la comunità, andando a definire anche ambiziosi obiettivi da raggiungere entro il 2025. L’attenzione all’ambiente è massima. Sono state sviluppate iniziative per ridurre l’impatto ambientale dei packaging in plastica: è il caso della sostituzione delle confezioni dei prodotti a marchio del reparto frutta e verdura con materiale interamente compostabile.

Nel vasto tema della definizione delle modalità per migliorare il rispetto ambientale, il packaging ha certamente un ruolo centrale, così come la capacità della comunicazione di favorire e sostenere comportamenti coerenti di consumo, affinchè gli imballaggi vengano differenziati correttamente e smaltiti dividendo i materiali. Il recente Dlgs n 116 del 3/09/2020 prevede proprio questo e cioè rende obbligatorio che tutti gli imballaggi, la cui definizione a cui si fa riferimento si trova qui, siano opportunamente etichettati per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi, nonché per dare una corretta informazione ai consumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi stessi. In sintesi diviene obbligatorio stampare come differenziare gli imballaggi. Sia chiaro molte aziende lo facevano già, ma dal 26 dello scorso settembre diviene appunto obbligatorio. Naturalmente oggi a fronte di questo obbligo le aziende che già lo facevano dispongono di un doppio vantaggio competitivo. In primo luogo hanno una organizzazione già allineata alle nuove normative e secondariamente hanno spostato il livello della propria offerta commerciale su un piano a maggiore contenuto di servizio, presidiando con anticipo i propri clienti.

Immaginare quindi quel che sarà consente di, in alcuni casi, tracciare la strada e prepararsi al meglio al cambiamento con i tempi necessari. Per questo, al fine di interpretare appieno la necessità di coinvolgere il consumatore per ridurre gli impatti ambientali derivanti dagli imballaggi, dopo le etichette per lo smaltimento perché non immaginare un futuro con etichette ambientali che quantifichino gli impatti di produzione e utilizzo degli imballaggi? Il settore del cartone l’aveva fatta una proposta. L’aveva studiata e messa a punto con il Politecnico di Milano qualche anno fa ed è ancora a disposizione. Per applicarla occorre un approccio di settore e la disponibilità della filiera, prima che diventi anch’essa obbligatoria.

 

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