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Il packaging: un influencer culturale da riciclare
21/10/2020
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di Enrico Montaguti

Chi legge le testate di settore avrà notato un crescente spazio dedicato alla cura del packaging per quanto riguarda la scelta dei materiali e la sua funzione di ambasciatore del brand in punto vendita. Non solo, il packaging, oltre a garantire integrità e trasportabilità al prodotto, si trova sempre più a dover parlare al consumatore, di sé e del produttore che rappresenta. L’ultimo esempio in ordine temporale è Accadì, brand del latte ad alta digeribilità di Granarolo, che in questo autunno ha lanciato la nuova confezione su cui sono molto visibili i benefici in termini di sostenibilità raggiunti: 87% da materiali provenienti da fonti rinnovabili, carta certificata Fsc proveniente da foreste gestite in maniera responsabile e da altre fonti controllate, polimero ottenuto da canna da zucchero per le componenti del tappo, del collo del tappo e di due dei rivestimenti della confezione.

L’imballaggio è quindi sempre più veicolo, testimonial, strumento o influencer inerte per parlare al consumatore. Questo giustifica investimenti nella ricerca di nuovi materiali e design per le confezioni che tuttavia, parlando di beni di largo consumo, godono di una notorietà molto limitata e finiscono presto per essere gettate prima di essere recuperate e riciclate.

Leggendo l’ultima analisi di Roland Berger - società tedesca di consulenza strategica e aziendale - sulla vita del packaging dopo l’utilizzo si rileva che 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ogni anno, questo principalmente perché solo il 14% degli imballaggi plastici viene riciclato e il 15% viene termovalorizzato, mentre il restante purtroppo si disperde nell’ambiente o finisce in discarica. L’analisi denota come grandi aziende multinazionali che producono beni di largo consumo si stiano dando obiettivi per migliorare i numeri della riciclabilità, in particolare della plastica, attraverso l’uso di materiali innovativi, materiali che, una volta distribuiti dalla GDO, i consumatori possono differenziare con facilità. Dovrebbero. Infatti i contesti economici e normativi riguardanti la gestione dei rifiuti sono molto variopinti.

Sia chiaro, il problema dell’impatto ambientale degli imballaggi non è legato solo al materiale con cui sono prodotti ma all’impiego che ne viene fatto. O meglio, è un fatto che imballaggi realizzati in materiale naturale e compostabile riescano a compensare le male abitudini dei consumatori in termini di differenziazione, recupero e riciclo.

Occorre per questo lavorare su sistemi di engagement, stimolo e coinvolgimento del consumatore. Primo tra tutti l’aspetto certamente culturale ma anche organizzativo, sociale ed economico. In prima battuta chi produce confezioni ha il dovere morale di ridurne l’impatto ambientale, così come di informare sulle scelte più corrette da fare in materia di stili di consumo e modalità di corretto riciclo. Qui etichette, grafiche e informazioni dedicate direttamente sul pack possono fare molto.

Ma poi immaginate se si potessero rendere i contenitori e gli imballaggi dove li abbiamo acquistati a fronte di un buono spesa o una somma accreditata sulla carta di credito, se esistesse un’applicazione capace di mettere in relazione chi produce rifiuti, quantificandoli e mettendoli a disposizione di varie realtà che possano riciclarli, trasformandoli in nuove risorse. Immaginate se ci fossero condutture sotterranee tra gli edifici della città capaci di raccogliere automaticamente i rifiuti oppure smistarli per materiale e destinazione o ancora droni che monitorino le aree di abbandono per la raccolta periferica dei rifiuti.

Qualcuno potrebbe pensare che si possa trattare di semplici idee balzane o utopistiche. Sono invece realtà che in giro per il mondo stanno rendendo sempre più efficiente la politica di raccolta differenziata, esempi virtuosi di lotta all’impatto ambientale. In Germania ad esempio dal 2006 vige una legge per cui su ogni bottiglia di plastica, vetro o lattina è applicata una sorta di cauzione ed ogni esercizio commerciale che vende quei prodotti è tenuto ad accettarne la riconsegna e rendere il pfand, la manciata di centesimi di sovrapprezzo. Questa prassi fa sì che in Germania il 98% dei contenitori prodotti soggetti a pfand venga reso e quindi riciclato, prassi attuata anche in Finlandia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia e Islanda con un ritorno superiore al 90% e con una media mondiale dell’82% di resi. Ognuna delle altre futuristiche iniziative è in corso rispettivamente in USA, Porto Rico, Brasile e Svezia, ognuna con costi di attivazione in termini economici e di awareness, ma allo stesso tempo queste iniziative colgono un periodo di grande sensibilità da parte di consumatori e comunità che si rendono sempre più parte attiva di un mondo che cambia. Quindi prima di tutto la cultura, il resto, velocemente, seguirà. Al nostro settore onere e onore di contribuire responsabilmente e autenticamente.

 

Fonte:

https://content.rolandberger.com/hubfs/Roland-Berger_Packaging-Sustainability-Study.pdf?utm_campaign=20-0142_CEI_NP_Packaging-sustainability&utm_medium=email&_hsmi=96754960&_hsenc=p2ANqtz-_fR7ghekUWr59agqfyKrmSwjqj2mh89rZX09TGAuy0w0FrApZeRuyEOwNHhw571167DvklalZJZ2PRjYyzSNHrLhSfxUMW2SdbuLNV33i9cYjHT_s&utm_content=96754960&utm_source=hs_automation