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Open DISTAL, all’Università si parla di Bestack... ma non si finisce mai di imparare
24/09/2020
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news

di Claudio Dall’Agata

Molto spesso gli stimoli per lo sviluppo dell’innovazione sono legati al tentativo di segmentare la propria offerta, renderla distintiva e quindi preferibile agli occhi dei clienti. Si cerca quindi di soddisfare meglio le richieste dei propri clienti, di individuare soluzioni che magari rispondano a bisogni che potenzialmente non sono ancora espressi, si immaginano servizi che creino nuove nicchie di consumo o più semplicemente si cerca nel miglioramento del processo come incrementare la competitività, cercando di fare meglio, in maniera più efficiente e quindi più economica esattamente ciò che si faceva in precedenza. Se si riesce a fare questo, come dire, “si è un bel pezzo avanti”. Di esempi ce ne sono tanti. Il caso di scuola, lo spartiacque tra generazioni, è il salto del digitale prima e dell’essere connessi h24 poi, oggi sintetizzato in tutto ciò che è possibile fare con lo smartphone. Di certo prima di tutte le app che popolano il nostro smartphone non ne sentivamo la necessità, certamente ci hanno soddisfatto un bisogno, latente, semplificandoci la vita e ora non ne possiamo fare più a meno

In ortofrutta gli esempi non mancano. Ci sono le innovazioni varietali, le mono porzioni e i cosiddetti prodotti servizio e cioè quei prodotti, come dice la parola stessa, che contengono elementi aggiuntivi al prodotto tal quale, tipo la velocità di preparazione. Appartengono a questa area i piatti pronti, tutta la IV gamma di frutta e verdura. Anche nel settore del pack troviamo confezioni declinate per i differenti momenti di utilizzo, sempre più personalizzate e meccanizzate.

È chiaro che tutte le idee innovative non arrivano neanche alla prototipazione. Si fermano prima. Chi all’analisi di mercato, chi alla complessità tecnologica della linea o all’impatto sulla tecnologia attuale, chi al primo business plan. Poi ci sarebbero i vari test sul trade, sul consumatore e finalmente lo scaffale. Tutte le innovazioni che vedono la “luce” della gondola del supermercato hanno superato i passaggi precedenti, ma solo alcune riescono a rimanerci nel tempo e a conquistare un proprio spazio commerciale. Il punto che fa la differenza è la capacità di creare profitto. Banale e semplice a dirsi: un beneficio condiviso, un risultato evidente, un vantaggio competitivo rispetto all’offerta precedente in grado prima di essere percepito e poi riconosciuto economicamente in maniera sufficiente da sostenere, per la filiera, i necessari costi di lancio e introduzione. In sintesi dalla produzione alla distribuzione devono guadagnarci un po' tutti, il prima possibile. Se anche solo uno degli attori non guadagna, oppure se è richiesto di cambiare lo status quo, la dimensione del sassolino che si incastrerà nell’ingranaggio del successo commerciale del prodotto sarà direttamente proporzionale al peso contrattuale di chi non ci guadagna abbastanza.

Sia chiaro, questo non deve essere un ostacolo o un alibi per rinunciare all’innovazione, anzi. Semplicemente è la premessa per riflettere sul fatto che occorre investire non solo sull’innovazione in sé, ma anche sul substrato culturale, di relazioni, su cui la stessa innovazione poggerà, oggi e in prospettiva.

Per questo ieri abbiamo partecipato a Open DISTAL 2020, giornata dedicata agli stakeholder del dipartimento di Scienze e tecnologie alimentari dell’Università di Bologna, nel corso della quale sono state presentate le ricerche per contrastare la pandemia, oltre ad alcuni casi di ricerca e innovazione brevettata di successo.

Abbiamo partecipato all’evento per parlare di Attivo! alla comunità ma non solo, anche per ascoltare. Ci sono infatti progetti di ricerca che meritano l’attenzione in prospettiva, che stanno muovendo ora i primi passi su dimensioni di scala e che stanno cercando risorse per dimensioni per il salto di scala. Prima occorre essere certi del beneficio, poi si passerà alla conta del valore. Sì perché occorre lavorare su tecnologie che consentano ad esempio di estrarre tutti gli olii minerali dalla carta riciclata. Se così fosse si aprirebbe tutto il mondo del food agli imballaggi di fibra riciclata, che consentirebbe una ripresa del mercato delle materie prime seconde e a seguire un ulteriore salto in termini di sostenibilità, È proprio vero che all’Università si impara sempre!