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Il bio da trend commerciale a stile di vita cullato in cartone
21/06/2020
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di Enrico Montaguti

“Vi stavamo aspettando”: così recita lo spot Misura on air da qualche tempo, che sottolinea la presenza da oltre 30 anni del marchio sui prodotti salutari. Prima di pochi, ora di tanti. Da spot a esigenza, da livello premium a standard. Questa sembra sinteticamente essere la direzione e la diffusione dei prodotti “BIO” sul mercato italiano e non solo. Oggi - nel post Covid-19 - più di ieri.

Nel focus di oggi vedremo come la carta sia l’involucro ideale per questo trend topic che sta influenzando sempre più il consumatore e, a cascata, la filiera, raggiungendo il produttore bio.

Partiamo dalla fine. Una ricerca condotta da SGMarketing mostra che il prodotto bio ha registrato un incremento della penetrazione vicino all’8%, che sta portando ad applicare tale certificazione in sempre più ettari di terreno. Prendendo come esempio il pomodoro, a fronte della superficie ancora limitata dedicata alla produzione biologica, nell’ultimo triennio il consumo di biologico è salito di 15 punti percentuali, nonostante un costo del prodotto superiore del 20%. Data la tendenza, ANICAV, Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali, ha costituito al proprio interno una specifica sezione merceologica dedicata al pomodoro biologico.

Scendendo lungo la filiera arriviamo alla carta. Negli USA non è consentito usare film plastico per la protezione da erbe infestanti in agricoltura biologica, per cui dal 2013 si sono cominciati a produrre film cartacei per la pacciamatura, che tra l’altro evita le condense che si verificano con i tradizionali film plastici. Questa carta particolare, realizzata con fibre vegetali, non rilascia residui chimici sul terreno o sul prodotto e ha ottenuto la certificazione Bioland, Naturland e Demeter.

Faccio quest’ultima precisazione per riportarci al largo tema del bio, che si può declinare in biologico, biodinamico e a residuo zero. Ci sono tante tipologie di certificazioni, più o meno discusse e apprezzate, ma quella che potrebbe tirare le fila includendo la pragmaticità del biologico e l’ideologia biodinamica potrebbe essere il residuo zero.

Con residuo zero si intende che il residuo di prodotti chimici sul frutto debba stare al di sotto dei livelli di quantificazione analitica (sotto al livello di 0.01 mg/kg, valore da cui prende il nome) e comunque che non sia superiore al 50% del livello ammesso per legge su quello specifico vegetale. 

A fronte di queste indicazioni lungo la filiera anche le scelte di packaging dovranno essere coerenti. La scelta dell’agricoltore, del distributore e del cliente saranno obbligatoriamente per un prodotto compostabile, igienico, green e capace di estendere la shelf life del prodotto bio; la plastica non sarà più un’opzione. 

Tutto ciò è ancora più vero nell’era post Covid-19 (sperando di esserci già), quando si allarga la forchetta di disponibilità economica per le diverse classi di reddito e conseguentemente l’offerta si polarizza subendo lo stesso trend. Quindi se da un lato cresce l’offerta di prodotti convenienti, dall’altro si accentua l’appeal dei prodotti premium, una nicchia in cui ci sono opportunità per le confezioni ad alto valore aggiunto.

 

Fonte e approfondimenti