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Tra tasse e contributi, ci possono salvare visione e strategia

21/01/2021
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di Claudio Dall’Agata

Anni di lavoro sulla ricerca, continui LCA comparativi per quantificare gli impatti ambientali della produzione di carta e cartone. E ancora analisi di filiera per tenere conto delle modalità di impiego e definizione delle conseguenti esternalità ambientali delle diverse tipologie di imballaggio, la nascita dell’Osservatorio con il WWF per il monitoraggio dell’applicazione delle certificazioni forestali alla materia prima vergine, una comunicazione crescente unita al costante presidio della stampa specializzata oltre che delle occasioni fieristiche e convegnistiche di settore, fino ad immaginare campagne di comunicazione B2C in collaborazione con i principali brand dell’ortofrutta italiana. Tutto questo e molto altro abbiamo impiegato per migliorare il percepito ambientale del settore della produzione di carta e cartone per imballaggi nel settore ortofrutticolo. A questo si è aggiunta la maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica, che ha visto emergere isole di plastica negli oceani e che ha avuto crescente contezza degli impatti dei materiali nei propri consumi quotidiani a seguito della diffusione della raccolta differenziata.

Quindi a buon titolo oggi, ad anni di distanza, possiamo definirci non più “pionieristico e in controtendenza”, così come il settore di carta e cartone veniva ancora etichettato a inizio anni 2000.
Da allora diversi paradigmi e punti fermi sono stati messi in discussione e oggi da un lato si guarda con rinnovato favore ai materiali rinnovabili, purchè il loro rinnovo sia garantito e certificato, dall’altro a quelli riciclabili, dove non basta solo esserlo potenzialmente, ma occorre che, nei fatti, i materiali vengano effettivamente riciclati. Gli altri materiali? Tutti un passo indietro. Lo vuole il consumatore, toccato da vicino nella sua crescente consapevolezza ambientale e incapace di distinguere tra gli impatti di un materiale in sé e come questi potrebbero cambiare in relazione al corretto utilizzo, lungi dal poter accedere agli aspetti scientifici della questione e comprenderli. Lo vuole per questo tutta la filiera, che dal consumatore è condizionata, prima tra tutti la GDO.

È di ieri lo scambio di messaggi con un responsabile di un’importante catena nazionale che, nel ragionare sul progredire delle attività in ortofrutta, si premuniva di ricordarmi di tenerlo aggiornato su cosa stesse bollendo in pentola, sulle innovazioni in cartone ondulato e cartoncino per le carni per sostituire il polistirolo, materiale ormai detestato dal consumatore. Questa la tendenza, le sensazioni di mercato.

Nel frattempo il contesto normativo prosegue nella sua strada. Il 21 luglio 2020 il Consiglio Europeo ha approvato la Plastic Tax, la tassa UE di 800 euro a tonnellata sui rifiuti plastici da imballaggio che prevedeva l’entrata in vigore il primo gennaio 2021. Il 14 dicembre scorso è arrivata la ratifica definitiva con la decisione 2020/2053/Ue con la quale contestualmente è stato previsto un meccanismo di riduzione per i Paesi che hanno un reddito nazionale lordo inferiore alla media europea; questo all’Italia consentirà di ridurre i contributi richiesti di circa 184 milioni di euro, oltre che la libertà per gli Stati membri di adottare le misure più adeguate per conseguire tali obiettivi, conformemente al principio di sussidiarietà.

Quindi in Italia la Plastic Tax, prevista fin dalla finanziaria 2019 e che doveva entrare in vigore il primo gennaio di quell’anno, entrerà in vigore, dopo due rinvii e salvo ulteriori novità, il primo luglio 2021 e varrà in relazione alla riduzione prevista 0,45 €/kg dopo essere stata fissata inizialmente a 1 €/kg.

Per un valore che cala un altro che cresce. Il Parlamento scozzese ha deciso di raddoppiare, da 5 a 10 pence, la tassa sulla vendita di sacchetti monouso in plastica per la spesa, presente anche in Italia, introdotta nel paese nell'ottobre 2014. L'adeguamento entrerà in vigore il 1° aprile 2021.

Tutto ciò non è indolore per il settore sul quale ricade la maggiore tassazione. Il tema è certamente puntuale in termini economici, ma superabile in termine strategico. Alcuni operatori obiettano al riguardo che, qualora il costo della Plastic Tax venisse distribuito sull’intera filiera, in numerose applicazioni di packaging il limitato volume di materiale impiegato per ciascun articolo implicherebbe un incremento del costo unitario di appena 1-2 centesimi, a cui i consumatori potrebbero facilmente far fronte. In sostanza è il beneficio atteso in relazione alla sensibilità di chi compra che fa la differenza di percezione nell’aumento di un costo. Se un tema mi sta a cuore sono disponibile a spendere anche qualche centesimo in più. È lo stesso meccanismo che ha indotto ADM, associazione della distribuzione moderna, a sposare la causa della Rete del lavoro di qualità contro il caporalato, convinta che il consumatore riconosca alla filiera, se debitamente comunicata, la remunerazione equa del lavoro. Qui sta la strategia: pensare di andarsi a conquistare nuovi ricavi, oggi incerti, senza lasciarsi frenare troppo dai costi certi di oggi. Di fatto nulla di più dell’essenza dell’imprenditorialità. Poi se la politica riconosce meriti e incentivi all’innovazione vera, etica, sostenibile e contro lo spreco, oltre che un segno di indirizzo, è anche una spinta economica ulteriore che non guasta, anzi. Non manca tanto. Ci stiamo arrivando.